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ASPER

Associazione per la Tutela dei Diritti Umani del Popolo Eritreo

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Lettera al Presidente del Consiglio

ConteEIsaias

Al Presidente del Consiglio
Prof. Giuseppe Conte
Italia, 10 Ottobre 2018
Gentile presidente,
siamo i rappresentanti del Coordinamento Eritrea Democratica, una organizzazione che riunisce le principali forze di opposizione della diaspora presenti in Italia. Quelle forze che, con saldi collegamenti anche con altre comunità eritree in tutta Europa, si battono da anni contro il regime di Isaias Afewerki, con l’obiettivo di fare del nostro Paese una nazione finalmente libera, democratica, rispettosa dei diritti universali, aperta a tutti. Ci poniamo, in una parola, come soggetto politico alternativo all’attuale dittatura, che soffoca e schiavizza il nostro popolo e costringe alla fuga oltreconfine migliaia dei nostri giovani migliori, uccidendo il futuro di una intera nazione. Ed è appunto in questa veste, come soggetto politico alternativo, che ci rivolgiamo a lei.
Lei sta per incontrare Isaias Afewerki nel corso di una visita ufficiale di Stato in Eritrea. Proprio questo incontro è al centro del nostro intervento. La sua visita capita in concomitanza con la terribile vicenda di Ciham Ali Ahmed, rilanciata da Amnesty con una petizione internazionale proprio in questi giorni. Ciham è una ragazza di 21 anni, con cittadinanza eritrea e statunitense, figlia dell’ex ministro dell’informazione, accusato di “cospirare” contro il Governo. E’ stata arrestata in Eritrea nel 2012, quando di anni ne aveva appena 15, l’età nella quale ci si affaccia alla vita pieni di sogni e di speranze. Ma i sogni e le speranze di Ciham sono stati bruscamente troncati quel giorno in cui la polizia di frontiera la ha bloccata e gettata nel buio di una galera, mentre stava cercando di varcare il confine con il Sudan insieme allo zio, fatto sparire a sua volta da allora, così come è sparito anche il nonno, arrestato arbitrariamente e morto in carcere. C’è da pensare a una rappresaglia contro una famiglia di dissidenti, invisi al regime. Ma, in generale, questo accade in Eritrea: chiunque venga sorpreso ad attraversare il confine, sempre che abbia la fortuna di non essere ucciso dalla polizia, che ha l’ordine di sparare mirando ad uccidere, finisce in carcere per almeno sei mesi. Altroché sei mesi: Ciham è in prigione da cinque anni, senza essere accusata formalmente di alcun crimine, sicché non ha neanche modo di difendersi. Non solo: Ciham è detenuta incommunicando, il che significa che la sua famiglia non l’ha mai vista né sentita dal momento dell’arresto. E’ vittima di una sparizione forzata: desaparecida da oltre cinque anni. Per questo Amnesty ha lanciato una mobilitazione globale in suo favore: per liberarla e riunirla ai suoi cari.
La sua visita ad Asmara e il calvario di Ciham e dei suoi familiari sono strettamente connessi. Quella di Ciham, infatti, è solo una delle tante, tantissime storie di persone perseguitate, buttate in carcere come si butta un rifiuto, fatte sparire, torturate, uccise: solo per essersi opposte o aver semplicemente criticato il regime. L’ultimo caso è quello di Berahe Abrehe, ex ministro delle Finanze ed ex delegato eritreo alle Nazioni Unite. Anche lui è stato fatto sparire: arrestato per strada ad Asmara, non si sa nemmeno in quale prigione sia finito. E’ “colpevole” di aver scritto un saggio in due libri in cui spiega la sua progressiva presa di distanza dal regime e di aver poi invitato Isaias Afewerki, dopo la firma del trattato di pace con l’Etiopia, a un confronto alla Tv di Stato (l’unica fonte di informazione esistente nel paese) sulla politica condotta in tutti questi anni.
Ecco, i casi di Ciham e di Berahe Abrehe spiegano compiutamente cos’è l’Eritrea da più di vent’anni. E lei, nella sua qualità di capo del Governo italiano, non può ignorarlo. Non in questo momento, in particolare. Comprendiamo bene che l’Italia debba avere rapporti anche con una dittatura come quella di Asmara: rientra nella logica e negli interessi della politica internazionale. Il punto è “come” impostare questi rapporti. Nel caso specifico, non voltarsi dall’altra parte davanti a storie come quelle di Ciham, di Berahe e di migliaia di altri come loro. Non ignorare, cioè, come si vive oggi in Eritrea: qual è la realtà del Paese e perché così tanti giovani hanno deciso e decidono tuttora di andarsene. Gli elementi su cui riflettere sono molti. Sarà sufficiente citarne alcuni, peraltro ampiamente trattati nelle due inchieste della Commissione Onu per i diritti Umani (2015 e 2016), concluse con l’affermazione che il regime di Asmara ha eletto a sistema il terrore e che ci sono tutti gli elementi per deferire Afewerki e i suoi collaboratori di fronte alla Corte Internazionale dell’Aia.
– Guerra permanente. Conclusa la trentennale lotta per l’indipendenza contro l’Etiopia nel 1991, il regime ha trascinato il Paese in una serie ininterrotta di conflitti: Sudan, Yemen, Gibuti e, dal 1998, di nuovo Etiopia. E’, quest’ultima, la guerra conclusa poche settimane fa, grazie all’iniziativa del governo di Addis Abeba, le cui proposte hanno trascinato Asmara alla firma del trattato di pace, smontando tutti gli alibi che il regime si è costruito in questi ultimi 20 anni
– Col pretesto della guerra il paese è totalmente militarizzato da sempre, con un servizio di leva obbligatorio pressoché indefinito, che schiavizza e ruba la vita a ogni eritreo dai 17 ai 55 anni.
– Costituzione soffocata. Sempre con il pretesto della guerra, la Costituzione democratica varata nel 1997, una delle più avanzate dell’Africa, non è mai entrata in vigore: soffocata nel sangue di chi si batteva per la sua attuazione
– Abolita la magistratura. La magistratura in pratica non esiste più: il regime l’ha sostituita con corti militari che rispondono solo al Governo e i cui giudizi sono inappellabili
– Al bando ogni dissenso. Ogni forma di opposizione è perseguita. La stretta finale si è avuta con il golpe del settembre 2001, quando c’è stata la prima ondata di arresti di massa, seguiti dalla chiusura di tutti i giornali liberi e dell’Università di Asmara. Sono migliaia, forse 10 mila, i prigionieri politici: uomini e donne arrestati spesso senza alcuna accusa specifica
– Stato prigione. Sono oltre 300, tra grandi e piccole, le carceri del regime: da quelle di commissariato a quelle speciali. Oltre 300 prigioni in un paese di appena 5 milioni di abitanti. Le condizioni di detenzione violano i più elementari diritti umani. La tortura è una pratica abituale. Fuggire da questo stato prigione è difficilissimo e molto rischioso: lo dimostrano le ripetute stragi di ragazzi registrate ai confini
– Negata la libertà di religione. Non c’è libertà religiosa. Anche le confessioni consentite (ad esempio, cristianesimo copto di rito cattolico od ortodosso, alcune chiese protestanti, islam sunnita) vengono in realtà combattute con l’accusa di “interferenze” nell’attività dello Stato. Scuole cattoliche e islamiche sono state chiuse anche di recente; il patriarca Antonios è agli arresti dal 2004; l’intellettuale islamico Haji Musa Mohammed Nur è morto in carcere nel marzo scorso.
– Stampa e informazione. La stampa libera è stata abolita nel settembre 2001, con la chiusura di tutti i giornali indipendenti. Nella graduatoria mondiale redatta ogni anno da Reporter Senza frontiere l’Eritrea risulta sempre negli ultimissimi posti, se non proprio all’ultimo
– Situazione economica. Nonostante rilevanti risorse potenziali, l’Eritrea è uno dei paesi più poveri del mondo. Moltissime famiglie sopravvivono solo grazie all’aiuto e alle rimesse (molto spesso non ufficiali) degli esuli. La causa è nella politica stessa del regime, che ha ridotto il Paese a una sorta di stato-paria.
Alla luce di tutto questo, ora si tratta di scegliere. Ecco, in occasione della sua visita di Stato ad Asmara noi le chiediamo di scegliere: si può stare al gioco della dittatura, che sta cercando di fare della pace appena firmata con l’Etiopia l’ennesimo pretesto propagandistico per rafforzarsi; oppure si può fare della pace uno strumento per il ritorno della libertà e della democrazia. Chiudere gli occhi e tacere su quello che è l’Eritrea da oltre vent’anni significa avallare e sostenere la dittatura; porre certe condizioni per allacciare dialoghi e rapporti costruttivi significa schierarsi dalla parte del popolo eritreo. Condizioni -. Va da sé – preventive e irrinunciabili, dettate dalla situazione stessa che si vive nel paese. In particolare, come primo passo:
– Notizie e rassicurazioni sulla sorte di Cihan Ali Ahmed, suo zio e Berahe Abrehe
– Libero accesso nelle carceri, senza limitazioni, da parte di commissioni internazionali guidate dalla Croce Rossa
– Liberazione di tutti i prigionieri politici, sull’esempio di quanto sta facendo l’Etiopia con il nuovo governo.
Il Coordinamento Eritrea, ma soprattutto l’intera diaspora democratica e il popolo eritreo in patria, guardano con estremo interesse a questa sua visita di Stato ad Asmara. Nella coscienza di tutte le forze di opposizione è radicata la convinzione che una nuova Eritrea libera e democratica potrà nascere soltanto se gli esponenti della dittatura verranno allontanati e si porrà fine all’attuale potere basato sul terrore. L’unica strada percorribile è quella di una resa dei conti: una pacifica, non violenta ma radicale operazione di verità e giustizia che porti alla luce le responsabilità di tutti per quanto è accaduto negli ultimi vent’anni. Senza alcun desiderio di vendetta ma anche senza tentennamenti. Nessun “bagno di sangue” naturalmente, ma anche nessuno “sconto”.
L’Italia ha antichi rapporti con l’Eritrea. Ma ha pure pesanti responsabilità per quello che ha significato il dominio coloniale italiano nel nostro Paese e più in generale in tutta l’ex Africa Orientale, specie durante il fascismo, ma non solo. A nome del Coordinamento Eritrea Democratica, come soggetto politico alternativo all’attuale regime, chiediamo a Lei, al Governo che rappresenta e all’Italia intera di non ripetere certi grossi errori del passato, sia remoto che recente, nei confronti del nostro Paese. E chiediamo di essere informati e consultati su ogni iniziativa che Roma intraprenderà nei confronti di Asmara. E’ interesse di entrambi i nostri popoli – eritreo ed italiano – trovare una nuova strada da percorrere insieme. E questa strada non è certamente quella di chiudere gli occhi di fronte alla realtà o, peggio, di una legittimazione, diretta o indiretta, della dittatura che ha reso schiavo e fatto del nostro Paese uno stato-prigione.
Coordinamento Eritrea Democratica
coord.eritreademocratica@gmail.com

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