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Associazione per la Tutela dei Diritti Umani del Popolo Eritreo

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Etiopia-Eritrea: finalmente la pace?

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L’Etiopia accetterà e applicherà integralmente l’accordo di pace di Algeri.” L’annuncio, arrivato attraverso un post sulla pagina Facebook del Fronte democratico rivoluzionario del popolo etiopico, ha avuto l’effetto di una bomba. Con una scarna frase, il premier etiope Abiy Ahmed e il suo governo hanno spalancato le porte alla pace tirando una riga su decenni di conflitto e tensioni con l’Eritrea. L’annuncio non era totalmente inaspettato. Il 2 aprile, nel suo discorso di insediamento, il primo ministro aveva parlato della volontà di aprire un dialogo con l’Eritrea. Nessuno però pensava che si sarebbe passato dalle parole ai fatti in così breve tempo.

Per capire quanto rivoluzionaria sia stata la frase bisogna fare un veloce passo indietro. L’Eritrea diventa indipendente il 24 maggio 1993 dopo una lotta trentennale prima contro l’Etiopia del Negus Hailè Selassie e poi di quella del “negus rosso” Menghistu Hailè Mariàm. Un’indipendenza conquistata anche grazie all’alleanza politica e militare con il gruppo etnico dei tigrini etiopi, andati poi al potere ad Addis Abeba. All’inizio degli anni Novanta, per i due Paesi si prospetta quindi un periodo di amicizia e collaborazione. Il presidente eritreo Isaias Afewerki e il premier etiopico Meles Zenawi erano stati compagni di lotta e avevano condiviso le fatiche della guerra di liberazione. Si pensava avrebbero collaborato alla ricostruzione dei Paesi anche considerando che le due economie erano strettamente interconnesse. Le cose sono andate diversamente. Le tensioni tra le due nazioni crescono e nel 1998, per una disputa di frontiera, scoppia un conflitto aperto tra le due nazioni. In due anni di guerra, muoiono tra i 60 e i 70mila soldati. I combattimenti cessano nel 2000. Addis Abeba e Asmara acconsentono alla creazione di una commissione indipendente delle Nazioni Unite per definire i confini. Entrambi i Paesi accettano i risultati dei lavori della commissione, ma l’Etiopia non ritira i suoi uomini dalle zone contese. Negli anni poi gli incidenti tra reparti militari etiopi ed eritrei si susseguono.

Fino appunto alla dichiarazione di Abiy Ahmed. Una apertura che è parte di una strategia riformista che il premier di Addis Abeba sta portando avanti in Etiopia. Abiy Ahmed è un oromo, un’etnia da sempre emarginata nel Paese. Da quando è entrato in carica ha aperto un dialogo con le frange oromo più intransigenti (che dal 2015 hanno spesso manifestato violentemente contro il governo), ha promesso riforme economiche e, appunto, ha rilanciato il dialogo con l’Eritrea. Un dialogo che potrebbe avere profonde ricadute per Addis Abeba. L’Etiopia non ha uno sbocco al mare e, per esportare le merci, è costretta a utilizzare i porti di Gibuti e del Sudan. Una pace con Asmara, oltre a ridurre le spese militari (oggi l’Etiopia mantiene ancora numerosi reparti in assetto di guerra sui confini settentrionali), metterebbe a disposizione di Addis Abeba i porti sul Mar Rosso di Massaua e Assab (oggi sottoutilizzati), collegati all’Etiopia da una fitta rete stradale.

Ora la palla passa nel campo eritreo. Finora Asmara non ha risposto alle aperture etiopi. Per il presidente Isaias Afewerki siglare una pace definitiva con l’Etiopia comporta numerosi rischi sul piano della politica interna. Il regime eritreo è stato fondato e si è rafforzato negli anni proprio sulla contrapposizione nei confronti dell’Etiopia.

Nella neonata Eritrea degli anni Novanta erano rientrati moltissimi rifugiati, il Paese attraeva investimenti, il turismo e il settore minerario promettevano prosperità, ma la guerra contro l’Etiopia ha interrotto questa tendenza positiva. Con la scusa della minaccia esterna incombente, Isaias Afewerki ha sospeso la Costituzione, non ha più convocato elezioni, ha arrestato chiunque gli si opponesse politicamente (tra i quali alcuni dei suoi collaboratori), ha chiuso giornali e radio, l’università ha cessato l’attività, ha cacciato le Ong accusandole di ingerenza interna, ha costretto alle dimissioni e poi ha arrestato il patriarca copto ortodosso abuna Antonio. Ma, soprattutto, ha creato un esercito sproporzionato nel quale i giovani, arruolati a 17 anni, sono costretti a un servizio di leva del quale non si conosce la data di congedo. In realtà molti di questi militari sono impiegati per costruire le infrastrutture pubbliche o per lavorare nelle proprietà dei comandanti. Un sistema che ha prodotto povertà ed emigrazione. Migliaia di ragazzi lasciano ogni anno il Paese cercando fortuna in Europa o nei Paesi del Golfo, spesso trovando la morte nel deserto, nel Mar Mediterraneo o nel Golfo di Aden.

Questa costruzione politico-militare reggerà all’urto della pace? Isaias Afewerki accetterà la proposta di pace? “La fine delle ostilità – spiega un osservatore eritreo che vuole mantenere l’anonimato – porterebbe a una crescita del Paese, ma anche a nuove rivendicazioni da parte di una popolazione che è stremata. Isaias Afewerki questo lo sa. In questi anni, per il presidente l’Etiopia è stata un <<nemico utile>> a consolidare il regime. Conoscendo la sua astuzia, non è escluso che il dittatore firmi la pace con Addis Abeba, ma cerchi subito un altro fronte su cui combattere. A ben vedere forse l’ha già trovato. Sono mesi che l’Eritrea ospita nei suoi porti le navi della coalizione saudita che combatte in Yemen. Di fronte a una richiesta di Riad di inviare truppe in Yemen come risponderebbe Asmara?”

Enrico Casale (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale)

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