• ERITREA
    libera da
    codici a sbarre

  • ERITREA
    libera da
    codici a sbarre

ASPER

Associazione per la Tutela dei Diritti Umani del Popolo Eritreo

-

Eritrea, il sogno infranto della fine della dittatura

Screenshot 2019-09-17 20.14.58

di Luca Attanasio

Sembrava una meravigliosa notizia, si è trasformata in un incubo. Poco più di un anno fa, i media di tutto il mondo celebravano un avvenimento straordinario quanto inatteso. Etiopia ed Eritrea, i due vicini-nemici, coinvolti in un durissimo conflitto sul finire del secolo scorso e per decenni rimasti sul piede di guerra, tornavano a parlarsi siglando uno storico accordo di pace. I confini, rimasti sbarrati per lunghissimo tempo, magicamente si riaprivano e i rispettivi leader, il riformatore etiope Abiy Ahmed Ali e il presidente dittatore Isaias Afewerki, si scambiavano visite e strette di mano lasciando gli osservatori increduli. L’evento ha innescato inevitabilmente speranze e attese nella regione del Corno d’Africa, specie nella popolazione del piccolo Stato vessata da anni di regime e da una situazione socioeconomica disastrosa.

È bastato un anno per comprendere quanto le aperture di Afewerki fossero solo un abbaglio. Gli eritrei si sono risvegliati bruscamente da un sogno per osservare il proprio Paese precipitare in una condizione addirittura peggiore della precedente e ritornare a vivere nel terrore che ha caratterizzato gli ultimi ventisei anni.

L’Eritrea è un concetto astratto divenuto nazione ed etnia grazie a noi. Quando, nella seconda metà del XIX secolo, gli italiani diedero inizio a una prima campagna d’Etiopia, focalizzarono il loro interesse sul porto di Assab, nell’angolo a nord-est del Paese (a ridosso di Gibuti). Lì cominciarono a stabilirsi e, a seguito del Trattato di Uccialli (2 maggio 1889), dopo aver conquistato anche il porto di Massaua, stabilirono nella regione più a nord dell’Etiopia – unico sbocco al mare – i propri confini coloniali.

Restava il problema di dare a questa nuova entità un nome per differenziarla politicamente, oltre che geograficamente, dall’Etiopia. A suggerire la soluzione al primo ministro Francesco Crispi, pensò lo scrittore Carlo Dossi, esponente della Scapigliatura e suo intimo consigliere: a celebrazione dei benefici che la regione presentava grazie all’unico affaccio sul Mar Rosso di tutta una vasta area, fu scelto Eritrea da Eritros, rosso, appunto.

Da allora, l’Eritrea è passata da un regime all’altro, senza trovare sostanzialmente pace, finendo, sul tramonto del secolo scorso, sotto una delle peggiori dittature dell’era moderna.

Il governo imposto da Afewerki, presidente e primo ministro dell’Eritrea dal referendum di indipendenza dall’Etiopia del 1993, ha fin dall’inizio presentato i crismi della dittatura. I 5 milioni di abitanti vivono in gran parte in estrema povertà grazie a un’economia isolazionista, scarsissimi investimenti, poco interesse nell’istruzione e spese folli per armamenti (circa il 20% del PIL). La leva obbligatoria per tutti tra i 18 e i 50 anni, una sorta di prigionia istituzionalizzata che obbliga centinaia di migliaia di uomini e donne a vivere con paghe miserevoli e a subire continui maltrattamenti, terrorizza la popolazione giovanile che vede come unico futuro la fuga: si calcola che siano almeno un migliaio gli eritrei che lasciano il Paese ogni mese e che negli ultimi anni siano già usciti 1,5 milioni di individui. La desolazione viene completata da carestie ricorrenti ed emergenze umanitarie: secondo il rapporto UNHCR Suffering in silence del 2018, più di 700.000 persone sono state colpite da grave scarsità di cibo e acqua, mentre l’80% della popolazione è a rischio malnutrizione.

Con queste premesse, risulta quindi normale il grande compiacimento internazionale con cui fu accolta, nel luglio 2018, la notizia della pace con l’Etiopia. L’accordo e il clima disteso venutisi subito a creare, sembravano finalmente forieri di aperture e riforme.

Ma dall’inizio del 2019 in poi, una serie di misure adottate dal regime hanno fatto presto capire che si trattava di mera illusione.

Ad aprile sono stati di nuovo chiusi unilateralmente i confini. Poi, a seguito di una lettera pubblica molto allarmata redatta dai vescovi cattolici che denunciava l’assenza di passi avanti dall’accordo di pace e chiedeva riforme, l’attuazione della Costituzione approvata nel 1997, ma mai entrata in vigore, e la convocazione di libere elezioni, il regime se l’è presa con la Chiesa. Dalla primavera in poi ha cominciato una chiusura sistematica di tutte le sue strutture sanitarie che fornivano assistenza a oltre 200.000 persone all’anno (in un Paese dove l’assistenza sanitaria è tra le peggiori al mondo) e cacciato il personale, i religiosi e i pazienti che vi alloggiavano utilizzando, in alcuni casi, metodi estremamente violenti. Le misure brutali sono state denunciate a Ginevra dalla special rapporteur ONU Daniela Kravetz che ha parlato di gravissimi episodi contro i cattolici, arresti sommari e accanimento ingiustificato contro le fedi.

In ultimo, si è rivolto alle scuole gestite dalla Chiesa stessa o da enti religiosi di altre confessioni. Tra luglio ed agosto scorsi, il regime ha chiuso e preso possesso di sette istituti di formazione di organizzazioni religiose (in gran parte cattoliche, ma anche protestanti e islamiche). Le scuole, tutte gratuite e spesso rivolte ai segmenti più poveri della popolazione, rappresentavano spazi liberi e culturali preziosi in un Paese il cui sistema educativo risulta uno dei punti più critici.

Come denuncia Human Rights Watch, infatti, in un rapporto dell’agosto scorso dal titolo esplicativo – They are making us into slaves, not educating us -, «invece di investire in formazione e reperimento di docenti che volontariamente scelgano di insegnare, il governo ha riempito le scuole di coscritti pagati malissimo che spesso hanno scarso interesse nell’insegnamento». Ciò ha creato inevitabilmente danni devastanti al sistema educativo nel suo complesso: da una parte si trova a dover contare su un grande numero di docenti non preparati che, soprattutto, non hanno mai dimostrato inclinazioni né tantomeno vocazioni all’insegnamento, dall’altra sforna alunni poco formati il cui unico obiettivo diventa evitare di fare la stessa fine dei professori una volta finito il ciclo scolastico.

«Se c’è qualcosa di nuovo in Eritrea – recita un’accorata lettera indirizzata al premier Conte dall’agenzia Habeshia, l’ente fondato dal sacerdote eritreo Mussie Zerai che si occupa di migranti forzati e geopolitica africana – è solo un incredibile rafforzamento della dittatura, grazie all’apertura di credito “al buio” concessa al regime da parte della comunità internazionale e, in particolare, dall’Italia, all’indomani della riconciliazione con l’Etiopia». Il nostro Paese, legato all’Eritrea da una pesante storia e da recenti impegni e interessi (a ottobre 2018, Conte si è recato in visita augurandosi di aprire un «nuovo corso», mentre sul finire dello scorso anno l’allora viceministro degli esteri Emanuela Del Re, con al seguito decine di imprenditori italiani, ha inaugurato l’impegno a finanziare una serie di opere e infrastrutture), dovrà giocare un ruolo determinante per forzare il regime al rispetto dei diritti umani e marcare quella discontinuità tanto invocata, sia in Italia che in Eritrea.

Da parte dell’Istituto Treccani, articolo completo al link:

http://www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica/Eritrea_il_sogno_infranto_della_fine_della_dittatura.html

Posted in Uncategorized |

Partner e Sostenitori

    Horizontal Slideshow