• ERITREA
    libera da
    codici a sbarre

  • ERITREA
    libera da
    codici a sbarre

ASPER

Associazione per la Tutela dei Diritti Umani del Popolo Eritreo

-

Come raccontare una “guerra” tra virgolette a chi in una guerra ci vive davvero?

I rifugiati della Libia, dove c’è DAVVERO una guerra, pregano per noi italiani.

“Parlami di te, sorellina mia, Sarita. Stai bene? E tutta la tua famiglia? Spero che starai sempre bene, Signore”.

Ha usato un traduttore, dall’arabo all’italiano. E’ la prima volta che lo fa, di solito mi scrive in inglese. Forse voleva essermi più vicino. Ancora più vicino. Lui, sopravvissuto all’inferno di Tajoura, sopravvissuto al sistema dei lager libici, che è stata la sua prigione per 3 anni, dal 2017 a oggi, oggi si preoccupa per me.

Una settimana fa la notizia dell’emergenza coronavirus in Italia si è sparsa anche a Tripoli, dentro e fuori i lager, in una città bombardata un giorno sì e l’altro pure, da cui se sei straniero è vietato fuggire. Subito mi sono arrivati decine di messaggi dai rifugiati, preoccupati per me e per la mia famiglia.

La mia amica Kissa, deportata a luglio 2017 da una nave italiana e sopravvissuta al lager di Triq al Sikka, mi spedisce un audio dolcissimo. E’ tanto in ansia e sta pregando per me e per tutti gli italiani. (Anche per quelli che l’hanno deportata in Libia, realizzo).

“Are u safe with your family?” mi scrive un altro piccolo amico. 15 anni, sopravvissuto al lager di Zintan, dove ha visto morire 23 compagni di fame e tubercolosi. Li ha visti spegnersi stesi sul pavimento accanto a lui, senza alcuna assistenza medica.

“I feel sorry what happening to your people” mi scrive un altro sopravvissuto al lager di Tajoura, dove le guardie uccidono i rifugiati a colpi di pistola quando rifiutano i lavori forzati e quando non vogliono andare a combattere in guerra per l’esercito di Al Serraj (il grande alleato del Governo Conte 1 e 2, e del precedente Governo Gentiloni).

Potrei continuare all’infinito con i messaggi di sopravvissuti da altri lager libici.

Queste persone si preoccupano e pregano per noi. Per noi italiani che li abbiamo deportati in Libia e che stipendiamo chi li violenta, li tortura e li uccide. Forse anche Josi, Ahmed, Yahia e tutti i ragazzini che sono morti in questi mesi sul pavimento dei lager libici stanno pregando per noi dal loro paradiso.

Il mio pensiero va a lui, ad Antony. Sarebbe stato il primo a scrivermi. Ma non può, perché o è morto o è nella cella delle torture di un carcere illegale gestito da libici che sono compari della cosiddetta guardia costiera libica, che sono a loro volta compari del Governo Conte e di quelli delle missioni Frontex e Sophia. Tutta questa gente, che si stima e si passa denaro pubblico, un mese fa ha coordinato la cattura in mare e la deportazione, e poi l’omicidio o la tortura di Antony e altre 200 persone, tra cui donne e bambini.

Tra le attività “non indispensabili” chiuse dal governo Conte a causa del cononavirus ci sono gli aerei di Frontex che praticano la caccia all’uomo nel Mediterraneo?

No. Decollano regolarmente.

Anche nell’emergenza, gli italiani hanno come priorità quella di deportare e uccidere gli stranieri.

Il Mondo ha 2 diverse metà: quella umana e quella disumana.

I miei amici stanno morendo in Libia, nonostante tutto pregano per i loro carnefici. Potrei consigliare loro di smettere di pregare per una bella lista di persone che in Italia occupano o hanno occupato poltrone importanti, ma non lo faccio, perché mi piace che la parte del Mondo ancora umana rimanga tale.

Mi sono chiesta cosa rispondere agli amici che mi chiedono come sto.

Al primo, ho risposto semplicemente che sto bene.

Poi mi sono spiegata meglio.

Anche perché, nel frattempo, in Italia si è iniziato ad usare strane metafore. Secondo giornali e tv, politici ed anche qualche scrittore, la lotta al coronavirus sarebbe UNA GUERRA.

Come fare, quindi, a raccontare una “guerra” tra virgolette a chi in una guerra ci vive davvero?

A chi mi chiede come sto vivendo, racconto che mi trovo in un posto sicuro, ovvero A CASA. Poi preciso che in Italia le case sono posti sicuri. Non vengono bombardate o attaccate dalle guardie libiche che vengono a violentare le donne e a rapire tutti per venderli ai trafficanti.

Nelle case italiane, poi, ci sono la corrente elettrica, l’acqua e il riscaldamento. Questo lo specifico sempre nelle mie cronache, perché da loro invece queste cose non ci sono. Nelle case degli italiani  ci sono, infine, anche dei letti, non si dorme sul pavimento!

Spiego anche abbiamo cibo e che quando finisce possiamo uscire a comprarne dell’altro. Uscire a fare la spesa è pericoloso, perché si può contrarre il coronavirus. Ci vuole la mascherina. Ma non è pericoloso come in Libia: qui nessuno ti spara o ti rapisce, come invece accade da loro.

Ma la cosa principale è che a casa in Italia la famiglia può stare unita. I padri non vengono divisi dalle mogli e dai figli. La mia amica Eden è stata un anno senza poter vedere il marito: li separava il muro di un lager libico.

Ecco, questo racconto a chi in guerra ci vive davvero.

La nostra è un’emergenza sanitaria, non una guerra. A chi ha esclamato “Come in guerra!” vedendo la foto dei camion dell’esercito che trasportavano le salme delle vittime del cononavirus, ci tengo a raccontare che in Libia (dove c’è VERAMENTE una guerra) i morti vengono lasciati sul campo di battaglia e a volte spalati via con una ruspa, specialmente quelli dei migranti costretti a combattere per l’esercito di Al-Serraj. Mi è stato raccontato da alcuni di loro, quelli a cui è capitato, quelli sopravvissuti.

Vi consiglio di leggere questo pezzo di Nico Piro, uno scrittore che fa parte della parte umana del mondo e che conosce bene la guerra.

L’emergenza coronavirus non sta insegnando nulla alla parte disumana del Mondo.

All’inizio lo credevamo, è una malattia che colpisce tutti, indipendentemente dalla ricchezza e dal potere. Pensavamo che rendesse più uguali.

Sbagliavamo.

In un baleno sono arrivati gli imprenditori, hanno fatto telefonate dalle loro ville in Sardegna e brigato per non chiudere le loro fabbrichette in Lombardia. Confindustria ha infilato le mani nel decreto che, seppur tardivamente, avrebbe potuto salvare migliaia di operai e le loro famiglie.

La parte inumana del Mondo ha soldi e potere ed è una forza compatta che si scambia soldi e favori.

Ma la parte umana del Mondo è composta da più persone. Sono lontane tra di loro, spesso a causa delle personali tragedie di vita che sono costretti ad affrontare quotidianamente. Ma se si avvicinassero…

Questa emergenza sanitaria mondiale potrebbe unire la parte umana del Mondo.

Chiederò ai miei amici in Libia di pregare perché ciò avvenga.

———————————————————————————————————

Articolo tratto da Saritalibre al link: https://saritalibre.it/coronavirus-non-e-una-guerra/

Posted in Uncategorized |

Partner e Sostenitori

    Horizontal Slideshow