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ASPER

Associazione per la Tutela dei Diritti Umani del Popolo Eritreo

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07 novembre 2008 – Dispute di confine ed ambiguità nel comportamento del governo eritreo (Equilibri – V. Smarrini)

Corno d’Africa: l’evoluzione dei rapporti politici interstatali

Le ostilità sorte negli scorsi mesi fra le nazioni del Corno d’Africa non sembrano essersi placate, e la delimitazione delle frontiere tra gli stati nella zona è tuttora oggetto di tensione. Nel frattempo, l’evoluzione della questione somala porterà a breve l’Etiopia al ritiro dal paese, mentre tutti i conflitti potenzialmente innescabili nell’area sono condizionati dal permanere di una crisi umanitaria grave.

Valeria Smarrini

Equilibri.net (07 novembre 2008)

Dispute di confine ed ambiguità nel comportamento del governo eritreo

 

Esplosa con rinnovata violenza la scorsa estate, la questione della demarcazione territoriale fra Eritrea e Gibuti (Cfr. Eritrea: ripresa delle dispute di confine) appare ancora lontana da una possibile risoluzione spontanea. Nelle scorse settimane le Nazioni Unite sono state nuovamente invitate ad intervenire in merito alla vicenda, aggravatasi in modo da non comprendere più solo gli aspetti legati alla frontiera terrestre, ma anche la ridefinizione degli spazi di competenza territoriale dei due stati nelle acque del Mar Rosso. L’ONU, sollecitato all’intervento dal Presidente di Gibuti, Ismail Omar Guelleh, ha ribadito una posizione già affermata negli ultimi mesi, rimproverando il governo di Asmara di mancata collaborazione nei tentativi di risoluzione pacifica di tutte le crisi in cui l’Eritrea è stata coinvolta in tempi recenti. Le Nazioni Unite hanno deciso di collaborare con l’Unione Africana e di offrire un tempo massimo di tre settimane ai due paesi per giungere ad un accordo concertato prima di dover intervenire sul campo.A pochi giorni dalla scadenza stabilita, l’atteggiamento tuttora non collaborativo del governo eritreo preoccupa non poco gli osservatori internazionali. Il Presidente Isaias Afwerki ed il Ministro dell’Informazione Ali Abdu hanno presentato al Consiglio di Sicurezza dell’ONU la propria versione dei fatti, secondo la quale l’Occidente starebbe strumentalizzando la questione per mantenere l’Eritrea in posizione di isolamento internazionale. Nonostante gli appelli alla demilitarizzazione, per il momento le truppe eritree continuano ad affluire nel piccolo stato confinante, ed è quanto più probabile che, esaurito il termine fissato dalle Nazioni Unite, Unione Africana e Lega Araba si troveranno costrette ad intervenire con il ripristino di commissioni incaricate della ridefinizione dei confini territoriali esistenti anteriormente alla crisi. Nel frattempo, le relazioni fra Eritrea e Nazioni Unite stanno attraversando un serio momento di crisi: il governo di Asmara rimprovera l’ONU di voler gettare discredito sul paese accusandolo di fungere da base per numerosi movimenti terroristici operativi nell’area del Corno d’Africa; gli Stati Uniti dal canto loro hanno allertato l’Etiopia riguardo a possibili attentati terroristici provenienti dalla nazione confinante, posto un veto alla vendita di armi all’Eritrea e minacciato di includere il paese nella lista degli stati canaglia.

Alla luce di ciò, ancora più contraddittorie appaiono le posizioni assunte dal Ministro Ali Abdu riguardo le controversie territoriali fra Eritrea ed Etiopia. La mancata accettazione da parte del governo di Addis Abeba della ridefinizione dei confini fra i due stati porta il primo a denunciare l’occupazione illegale dei propri territori da parte del secondo, quale violazione delle leggi internazionali. L’atteggiamento del governo eritreo entra qui in notevole spirito di contraddizione nei confronti della condotta tenuta dal paese nella questione relativa alla controversia con Gibuti, dal momento che lo stesso Presidente Isaias Afwerki ha sollecitato le Nazioni Unite a prendere posizione contro l’operato dell’Etiopia, considerato illecito. Abbandonata la tradizionale riluttanza a collaborare con le potenze occidentali, il paese ha ricercato un dialogo anche con il Parlamento Europeo per denunciare la situazione in atto. L’atteggiamento ambivalente del governo di Asmara, che nega di aver occupato illegalmente il territorio di Gibuti e rifiuta un intervento delle Nazioni Unite in tale questione, salvo poi invocarlo ritenendo di aver subito lo stesso tipo di illecito da parte dell’Etiopia, rischia di esasperare le tensioni già esistenti nell’area. Nonostante un conflitto su larga scala si riconfermi insostenibile dal punto di vista economico, praticamente tutte le linee di confine che attraversano il Corno d’Africa rimarranno nei prossimi mesi delle aree a rischio, soggette a scontri diffusi e suscettibili di innescare impasse diplomatiche assai pericolose per la stabilità generale.

La presenza etiope in Somalia

Nel frattempo sembra definitiva la decisione che vedrà le truppe etiopi a sostegno del governo somalo di transizione (TFG) ritirarsi dalla Somalia entro la fine dell’anno, dopo l’accesa serie di polemiche che ha segnato gli ultimi mesi. La decisione è stata presa nelle scorse settimane grazie alla ripresa dei negoziati di Gibuti, supportati dalle Nazioni Unite ma rivelatisi fino a poco fa incapaci di porre una soluzione definitiva alla controversia (Cfr. Somalia: le conseguenze dell’instabiità nella “Nazione senza Stato” ). Il ritiro verrà avviato dalle aree urbane: per la capitale Mogadiscio è stato fissato per il prossimo 21 novembre. La notizia giunge in concomitanza con quella del rientro in patria dell’esule in Eritrea Sharif Sheikh Ahmed, leader della corrente “moderata” dell’opposizione islamica, che ha motivato la decisione con la volontà di seguire da vicino il tentativo di pacificazione in atto tra TFG ed opposizione islamica guidata dal partito ARS (Alliance for the Re-liberation of Somalia). Il ritiro del contingente etiope è stato motivato anche da ragioni di sicurezza, a causa del numero ormai insostenibile di scontri con vittime fra questo e gli insorti somali di fede islamica. A tenere insieme le istanze di pacificazione sul territorio somalo resterà solo la missione di peace-keeping dell’Unione Africana, AMISOM, sulla quale ricade adesso il compito gravoso di scongiurare il riaprirsi di un conflitto. Il timore è che la sussistenza del TFG si confermi – come l’evidenza suggerirebbe – troppo dipendente dalla presenza etiope in Somalia per sopravvivere al ritiro di questa, spianando la strada all’opposizione islamica, che sembra godere di una buona organizzazione interna e di solidi canali di finanziamento.

Crisi umanitaria come minaccia ulteriore alla stabilità

La crisi umanitaria grave che affligge il Corno d’Africa rischia di esasperare gli aspetti conflittuali sollevati dalla questione dell’accesso alle risorse. Con un dato aggiornato di quasi 20 milioni di persone in situazione di insicurezza alimentare ed instabilità prevista almeno per tutta la prima metà del 2009, tutti i paesi dell’area sono oggetto di flussi pressochè ininterrotti di aiuti forniti da Nazioni Unite ed organizzazioni non governative. Nonostante la discesa del prezzo del petrolio abbia facilitato il trasporto di materie alimentari, tale aspetto positivo è stato compensato dalla situazione di paralisi in cui versano i mercati interni e dal fallimento della maggior parte delle politiche di riconversione agricola attuate la scorsa estate, quale ultimo tentativo per fronteggiare la crisi imminente. Come già evidenziato (cfr. Etiopia: la possibile ripresa di un conflitto armato), la popolazione urbana si conferma principale vittima della situazione, mentre un nuovo fronte di emergenza si è aperto a Gibuti. Il paese è infatti dipendente per l’80% dall’importazione di materie prime dall’Etiopia, ma questa è stata costretta a porre un veto alle esportazioni dei propri cereali, riducendo l’afflusso di alimenti a Gibuti di oltre il 50%. La Banca Mondiale ha collocato Gibuti e le aree urbane etiopi al secondo posto dopo Haiti in una graduatoria delle aree del pianeta in cui ci si aspettano a breve tensioni sociali violente causate dall’accesso limitato a risorse di prima necessità. Nel frattempo lo Yemen ha chiuso le proprie frontiere di fronte all’ondata di richiedenti asilo provenienti da Gibuti, Etiopia, Eritrea e Somalia, costringendo i profughi a tentare migrazioni alternative all’interno della stessa area del Corno. Il flusso più numeroso sarebbe quello in movimento dall’Eritrea all’Etiopia, con relativo inasprimento della situazione già instabile fra i due paesi. Il timore è quello che si crei una consistente massa di profughi in perenne movimento fra nazioni limitrofe – peraltro ugualmente segnate da carestia e condizioni climatiche avverse – e lungo confini già considerati pericolosi. Di fronte alla crisi, si segnala la posizione del Presidente eritreo Afwerki, il quale ha criticato apertamente l’Unione Africana – e, più velatamente, le Nazioni Unite – con accuse volte a dimostrare come la comunità internazionale abbia tentato di isolare il paese anche dal punto di vista della copertura mediatica della crisi, precludendo potenziali ulteriori afflussi di aiuti. La controparte etiope, il Primo Ministro Meles Zenawi, prosegue tuttora nella sua politica di non-allarmismo, sostenendo che la fornitura di aiuti al paese è sufficiente a scongiurare le previsioni più pessimistiche, e continuando a dare forte rilievo mediatico alle proprie campagne di liberalizzazione e attrazione di investimenti, le quali non sembrano aver subito significative battute d’arresto.

Conclusioni

Nell’area del Corno d’Africa continua ad essere alto il rischio di un’intensificarsi delle tensioni interne ai Paesi e tra gli Stati confinanti. Sebbene sia attualmente improbabile che tutte queste sfocino in conflitti aperti, l’instabilità tenderà a caratterizzare questa regione anche nei prossimi mesi.Il timore maggiore riguarda la possibilità che, in seguito al ritiro dell’esercito etiope, la missione di pace AMISOM subisca pressioni e sabotaggi da parte dell’opposizione islamica somala, le quali potrebbero, in uno scenario pessimistico, costringere l’Unione Africana a ritirarsi dal paese, analogamente a quanto accaduto alla missione UNMEE delle Nazioni Unite al confine tra Etiopia ed Eritrea. Anche il comportamento non trasparente dell’Eritrea nei confronti della comunità internazionale desta perplessità, soprattutto relative alla credibilità del paese come interlocutore per iniziative di pacificazione. Tuttavia, mentre in Somalia sono all’opera milizie islamiche che dispongono di una organizzazione ben strutturata e di canali di finanziamento sicuri, potenzialmente in grado di innescare un conflitto nel breve periodo, l’Eritrea non è in grado di sostenere i costi economici di una guerra con la vicina Etiopia, la quale a sua volta è interessata ad evitare il conflitto sia per ragioni prettamente economiche che di immagine. Per il momento la priorità evidente del Primo Ministro Zenawi è quella di dedicarsi alla crescita del settore privato e alla prosperità dei commerci. Nonostante ciò, la massiccia militarizzazione delle frontiere rende possibile lungo i confini lo scoppio di incidenti, anche di una certa entità, per lo scatenarsi dei quali sono presenti al momento numerosi pretesti. La situazione è negativa anche e soprattutto in relazione alla concomitanza della crisi umanitaria, in grado di esasperare gli attriti fra nazioni confinanti, rendendo ancor più violente le tensioni già connaturate ad una situazione di scarsità di risorse di prima necessità.
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