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ASPER

Associazione per la Tutela dei Diritti Umani del Popolo Eritreo

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04 Nov. 2006 – In ricordo del martirio di Adi Abeyto

Dalla drammatica lettera trovata in una grande scuola di Asmara, La versione italiana della testimonianza di un giovane eritreo scampato al massacro.
– La comunità internazionale – sa così poco di noi racconta il giovane.
E’ vero?
La comunità internazionale non sa, o fa finta di non sapere?
La scuola italiana statale ad Asmara si pone come scuola all’avanguardia proponendo programmi didattici atti a sviluppare negli studenti una coscienza sociale basata su principi di libertà e democrazia.
Cosa succede agli oltre 1000 studenti eritrei della scuola statale di Asmara quando tornano a casa?
Lo chiederemo presto agli insegnanti della scuola italiana ed Ministero Italiano degli affari Esteri da cui dipende la scuola.
Incontri ed interviste saranno prossimamente pubblicate su questo sito.

Sono stato anch’io parte del gruppo protagonista battaglia tra due fratelli


In questa settimana sto ricordando una notte dolorosissima: la notte del 4 novembre dell’anno scorso.
E’ passato già un anno da quella terribile notte. Anche se non sono bravo a scrivere in lingua straniera, però provo a dire qualcosa circa il nostro essere qua in Eritrea perché mi pare che il nostro mondo (la comunità internazionale sappia poco di noi).
Giovedì 4 novembre 2004 è stata la prima volta che ho visto delle persone uccise cadere ai miei piedi. Fino a mezzogiorno per me era un giovedì normale come tutti gli altri giovedì. Alle dodici, finita la scuola, non vedevo l’ora di arrivare a casa perché avevo una fame da lupo… 100 metri prima di arrivarvi, mi vengono incontro tre soldati, uno con un bastone e agli altri due armati di pistola. Mi si è avvicinato uno e, dopo avermi chiesto il menqesaqesi, (il tesserino per potersi muovere da un posto all’altro), me l’ha ritirato e lo ha tenuto con sé. L’altro soldato mi ha indicato di raggiungere un gruppo di giovani.
Avevano rastrellato altri giovani. Arrivati a una cinquantina, è venuto un camion e ci ha portati tutti quanto alla periferia di Asmara, vicino alla ‘scuola Bdho’, a sud-est della città. Non potevamo credere a quanto stava accadendo perché eravamo migliaia di giovani circondati da soldati ben armati ed a distanza di 3 metri l’uno dall’altro.E noi eravamo dentro.
Nessuno poteva immaginare cosa fosse successo; forse neanche i soldati. Eravamo studenti con divise e cartelle nelle mani, maestri, gente che faceva il servizio militare in Asmara e, purtroppo, anche numerosi religiosi. Alle 5:30 del pomeriggio è arrivato un ordine che diceva "Mandateli ad Adiabeito", una prigione per renitenti alla leva..Arrivati là, la prigine era già piena. Di fianco a essa c’erano dei campi recintati con mura di quattro metri di altezza e della grandezze di 70mX60m come media. Ci hanno fatti entrare come le pecore.
Ogni persona aveva posto solo per i suoi due piedi e si stava diritti come un palo. Stipati come sardine in scatola, si sono riepiti cinque campi. Era già sceso il buio. Alle 7:00 di sera si sono sentite urla da tutte le parti accompagnate da una sassaiola diretta verso i soldati che erano seduti attorno sul muro. Alcuni di loro sono stati colpiti in fronte. Sono scesi dal muro e si sono messi dalla parte esterna della cinta. Abbiamo fatto piovere ancora dei sassi su quei soldati lanciando le pietre come il mortaio. E loro si sono messi a sparare.
Passata una mezz’oretta, gli altri gruppi hanno smesso di protestare. anche il gruppo dove ero io ha smesso per un momento. In seguito solo il nostro gruppo ha fatto la storia, è stato il gruppo protagonista. Abbiamo fatto una pausa di dieci minuti per poterci organizzare.
Abbiamo bruciato delle gomme di automezzo che erano in un angolino. Ancora abbiamo fatto piovere sassi sui soldati, ed infine abbiamo spinto il muro tutti insieme fino a farlo cadere in pezzi grossi. Se anche non so di preciso quanti, però sono morti dei soldati che sparavano..Il fuoco continuava a bruciare. Ed ora quando vedo in TV qualcuno che brucia qualcosa, mi viene da pensare che hanno ragione. Quando è caduto il muro, sono scappati tantissimi giovani, soprattutto quelli che non avevano il menqeqaqesi. Tanti di questi sono morti uccisi dalle armi dei soldati; tanti altri sono stati feriti gravemente e, ovviamente, altri sono riusciti a scappare. Verso le 9:00 sono arrivati centinaia di soldati per soffocare la protesta, accompagnati da tre carriarmati. Prima hanno sparato per 5 minuti e poi sopra le nostre teste (la mattina abbiamo visto il muro che era dietro di noi bucato come ;;;;;;;;;;;;;). Da quelli che erano davanti si sono levate le ultime voci di disperazione: una diecina dei giovani erano morti. Presi dalla paura, scappando dai soldati, ad un quarto del campo abbiamo fatto dei mucchi di persone, una sopra l’altra; in alcuni erano poste fino quattro persone uno sopra l’altra.
Ed è in questo momento che è morto ai miei piedi un ragazzino di 15 anni: aveva capelli lunghi e la complasione (la divisa del lavoro). Abbiamo tentato e ritentato di alzarlo ma non c’era nessuna speranza: era già andato, morto. E fino all’alba, per tutta la notte, è rimasto ai nostri piedi, anche perché abbiamo ricevuto duri ordini, che non dovevamo muoverci e tacere del tutto. La mattina, un amico di questo ragazzino, anche lui era con noi, ci spiega con tante lacrime:
" La mattina va a lavorare e il pomeriggio a scuola. Va a lavorare mezza giornata per poter sfamare la sua famiglia (perché lui è il maggiore). Suo padreè al servizio militare già dal 98 (quando lui aveva 9 anni)".
La mattina viene preso un ISUZU con targa E.D.F. (militare) e carica una 15na di morti e tantissimi feriti. Perché, oltre ai colpi di arma da fuoco, tantissimi avevamo preso botte su naso, testa, mani, schiena… Quella mattina era
normale vedere le proprie camicie sporcate di sangue, sangue proprio o del vicino.
Avevamo una fame da lupi ed eravamo tutti allo svenimento. Così uno a uno, la maggior parte è stata liberata. Ma siamo rimasti fino alla sera del venerdì senza mangiare né bere niente.
Verso la fine della mattinata ho visto una cosa da non credere. Due giovani, uno armato e con i vestiti militari e l’altro segnato sulla camicia dal sangue della notte dolorosa: uno racconta all’altro quello che era accaduto durante la notte, ognuno dal proprio punto di vista. E alcune volte si scambiavano dei piccoli sorrisi…
Erano fratelli che avevano combattuto l’uno contro l’altro la notte prima.

 

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